MESSAGGI WHATSAPP, SMS ED EMAIL: SONO DOCUMENTI? (CASSAZIONE PENALE, SEZ. V, N. 1822 DEL 16 GENNAIO 2018)

Pochi giorni fa la Corte di Cassazione Penale ha affrontato un tema di grande attualità: la natura giuridica dei messaggi whatsapp, degli sms e persino delle email memorizzate sul nostro smartphone.

 

In altri termini la Corte è intervenuta per chiarire se, in caso di sequestro probatorio, tali messaggi possano godere delle garanzie del sequestro della corrispondenza (art. 254 c.p.p.) ovvero dei limiti delle intercettazioni di comunicazioni (art. 266 c.p.p.), ovvero se rientrano nella categoria di semplice “documento” (art. 234 c.p.p.), come tale non assistito dalle più stringenti garanzie previste dal legislatore.

 

La differenza non è di poco conto, in quanto il nostro codice di procedura penale  (libro terzo: “Delle prove”) stabilisce che le intercettazioni (che a rigore, non sono dei “mezzi di prova”, bensì dei “mezzi di ricerca della prova”) possano effettuarsi soltanto per determinati reati (ad es. armi, esplosivi, sostanze stupefacenti, contrabbando, stalking, ecc.) e secondo un particolare procedimento (ad es. la durata massima, pur se prorogabile, è di soli 15 giorni).

 

Così come prevede che l’ufficiale di P.G. che procede al sequestro della corrispondenza “deve consegnare all’autorità giudiziaria gli oggetti di corrispondenza sequestrati, senza aprirli o alterarli, e senza prendere altrimenti conoscenza del loro contenuto” (art. 254 comma 2 c.p.p.).

 

Tali garanzie non sono invece previste dal legislatore nel caso di sequestro di un semplice documento.

 

Ebbene, la Suprema Corte ha innanzitutto chiarito che “I dati informatici acquisiti dalla memoria del telefono (sms, messaggi whatsapp, messaggi di posta elettronica “scaricati” e/o conservati nella memoria dell’apparecchio cellulare) hanno natura di documenti ai sensi dell’art. 234 c.p.p. La relativa attività acquisitiva non soggiace né alle regole stabilite per la corrispondenza, né tantomeno alla disciplina delle intercettazioni telefoniche”.

 

Infatti, conformemente a un consolidato indirizzo di legittimità, non è applicabile la disciplina dettata dall’art. 254 c.p.p., con riferimento a messaggi whatsapp e sms rinvenuti in un telefono cellulare sottoposto a sequestro, in quanto questi testi non rientrano nel concetto di “corrispondenza”, la cui nozione implica un’attività di spedizione in corso o comunque avviata dal mittente mediante consegna a terzi per il recapito (Cassazione Penale, sez. III, n. 928 del 25/11/2015, dep. 2016).

Parimenti, non è configurabile un’attività di intercettazione, che postula, per sua natura, la captazione di un flusso di comunicazioni in corso, mentre nel caso di specie ci si è limitati ad acquisire ex post il dato, conservato in memoria, che quei flussi documenta.

 

La pronuncia de qua conferma che lo smartphone, se da un lato assurge ormai a strumento indispensabile per la comunicazione di ogni giorno, dall’altro deve essere usato con cautela e nel rispetto della legge, in quanto i dati in esso memorizzati sono potenzialmente idonei ad essere sottoposti a sequestro dagli inquirenti senza alcuna garanzia ulteriore rispetto ai normali documenti.

Avv. Ivano ZILIO

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